La ‘‘svendita’’ di Acea e il bluff dell’Illuminazione Pubblica

Secondo Legambiente Lazio, i 39 milioni di euro di contratto non giustificherebbero la dismissione di un quinto della società

C’era una volta un contratto di servizio stipulato tra Acea e Roma Capitale, per l’ammontare complessivo di circa 39 milioni di euro, relativo al servizio di illuminazione pubblica della città. Una cifra rivista al ribasso, rispetto ai 55milioni di euro circa previsti nel contratto iniziale. Alla Delibera della Giunta Capitolina n.122/2010 si è aggiunto, ora, un nuovo contratto firmato il 4 maggio, con il quale si allunga al 2017 la fornitura di energia elettrica per l’illuminazione della città. Previste, inoltre, nuove clausole e previsioni di indennizzo se il Comune risolve in anticipo la concessione. Acea ha investito, nell’operazione, 54 milionidi euro.

La concessione dell’illuminazione pubblica è l’unica che ricade nelle previsioni della legge sulle liberalizzazioni, che prevede che gli affidamenti diretti dei Comuni debbano essere rimessi a gara per non perdere la concessione. In alternativa, i Comuni devono dismettere le partecipazioni nelle società che hanno questi affidamenti, scendendo al 40% entro giugno 2013, e al 30% entro il 2015. Il Comune di Roma, per evitare di fare questa gara e per incassare liquidità, sta cercando di attuare la delibera n.32 che prevede una cessione del 21% di Acea, con la previsione di incassare oltre 200 milioni di euro.

Legambiente Lazio protesta per l’imminente attuazione della delibera n.32 sostenendo come, dietro al contratto dell’illuminazione pubblica, si nasconda la volontà di vendere al miglior offerente il 20% della società. “Ecco qua il topolino (39 milioni di euro) – sostiene il presidente di Legambiente Lazio Lorenzo Parlati – per il quale Alemanno vuole vendere la montagna Acea –. Buffo poi – ha ammonito – che nella relazione dell’Assemblea degli azionisti si affermi che il nuovo accordo è stato stipulato appena un mese fa e ancora più ridicolo che nella delibera, Roma Capitale dichiara di non voler procedere alla dismissione di quote societarie”.

Già nel 1998, il Comune di Roma aveva stipulato un contratto relativo all’affidamento del servizio di illuminazione pubblica di durata trentennale, con scadenza nel 2027. Ora la delibera n.32 sembra andare, però, nel verso opposto. “Sembra di trovarsi in uno strano gioco del Monopoli – afferma la direttrice di Legambiente Cristiana Avenali –, solo che in questo modo di procedere si sta mettendo a rischio la società stessa, che perde credibilità sui mercati e tra i cittadini. Ben venga l’attenta vigilanza della Consob – aggiunge –, finché la società non sarà ripubblicizzata, come hanno indicato col referendum i romani, il titolo in borsa non può assolutamente essere esposto ad attacchi speculativi, sarebbe un danno grave per i cittadini”. Sabato scorso, intanto è andata in scena la protesta contro l’attuazione della delibera n.32. Più di 10mila persone, secondo gli organizzatori, hanno sfilato per le vie del centro al motto “Roma non si vende” e “in difesa dell’acqua e dei servizi pubblici locali”.

Alla manifestazione hanno aderito i sindacati Cobas e Cgil, centri sociali e i partiti d’opposizione Pd, Idv, Sel, Verdi e Legambiente. Il Sindaco Gianni Alemanno, che non ha consentito che il corteo terminasse in Campidoglio, ha respinto le accuse di svenhttp://agscosmoweb.altervista.org/wp-admin/post-new.phpdita dell’Acea. “Qui si tratta di difendere l’acqua pubblica – ha precisato il primo cittadino –, che nessuno mette in discussione. Ricordiamoci sempre che l’acqua pubblica viene gestita non da Acea, ma da Ato2, che è un’assemblea fatta da tutti i sindaci e presieduta dal Presidente della Provincia. L’Acea ha il compito di distribuirla e gestirla al meglio. Si vuole soltanto avere – ha concluso Alemanno – una gestione più efficiente e aprire al mercato per quelle che sono le esigenze dell’economia”.

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